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Stress occupazionale, la sindrome da Burnout: indagine e rilevazione nelle professioni di aiuto

Psicoterapia Sistemica

Nel 1946 l’OMS, ossia l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha definito il concetto di salute non semplicemente come l’assenza di malattia ma come un più complesso e articolato equilibrio che determina uno stato di benessere fisico, mentale e sociale, investendo tutte le dimensioni del vivere umano. In tal senso anche se il dibattito scientifico intorno alla definizione della sindrome da Burnout non è ancora totalmente risolto, si registra un sostanziale accordo sulla definizione derivante dal modello multidisciplinare della Maslach, che riconduce, a tale disturbo, le risposte derivanti dall’esposizione ad una situazione di stress cronico, vissuto in ambito lavorativo e che coinvolge l’intera persona e la concezione che la stessa ha di sé e degli altri.

Bisogna tener presente che al di là di oggettivi fattori stressogeni la risposta individuale non è universalmente determinabile a priori, in quanto dipende da strategie di coping personali, che possono essere più o meno adeguate, o totalmente inefficaci per fronteggiare le medesime difficoltà; considerando che alcune situazioni, se per alcuni, potrebbero rappresentare una stimolante messa alla prova o attivare risorse inaspettate, per altri potrebbero divenire fonte di grande frustrazione e inadeguatezza.

Gli effetti del burnout sono la conseguenza di un’esposizione prolungata a circostanze vissute come particolarmente stressanti; purtroppo solitamente non si è in grado di distinguere, per tempo, le proprie sensazioni di malessere e tantomeno si riesce ad intervenire sui fattori che le originano. È esperienza comune quella di valutare, con più obiettività, le cause di disagio di un periodo ormai lontano, a differenza di quello presente e anche se il lavoro occupa gran parte della vita di un individuo e può rappresentare una fonte di grande gratificazione, questo è comunque un’occupazione, doverosa e necessaria per garantirsi un tenore di vita adeguato e non rappresenta una scelta facoltativa per divagarsi, pertanto si tende a minimizzare quelle percezioni che a lungo andare potrebbero condurre ad un malessere conclamato e pervasivo.

Esistono alcuni strumenti utili alla misurazione del grado di benessere o malessere dei lavoratori, tra questi il Link Burnout Questionnaire, rappresenta uno strumento molto attendibile e non particolarmente complesso nella sua somministrazione e nello scoring. Questo reattivo psicometrico, che può essere riutilizzato nel tempo, senza inficiarne l’efficacia, indaga le reazioni di coloro che esercitano la loro professionalità in relazioni di aiuto.

La presenza o l’assenza della sintomatologia, da stress lavoro correlato, viene registrata attraverso quattro aree, che riconducono ad una scala Likert, con valori espressi da 1 a 9; le prime tre, erano già state introdotte dal modello Maslach, mentre una quarta è stata inserita più recentemente: esaurimento psicofisico, depersonalizzazione, scarsa realizzazione personale e disillusione.

L’esaurimento psicofisico, si riferisce ad una delle caratteristiche centrali della sindrome e rappresenta anche la più evidente manifestazione, con attenzione anche ai disturbi psicosomatici, i quali come sappiamo, generano assenteismo e spesso possono condurre a patologie croniche. I sintomi potrebbero essere sintetizzati in una stanchezza cronica.

Deterioramento della relazione, è da intendersi come indice di qualità della relazione con l’utente misurabile dal grado di coinvolgimento-distacco, se il lavoratore è coinvolto, sarà in grado di rispondere empaticamente ai bisogni del cliente, se è distaccato sarà incapace di riconoscere le necessità altrui. La condizione ottimale è rappresentata dal giusto equilibrio tra questi due poli.

Inefficacia professionale, la presenza del disturbo inibisce la percezione dei risultati e dei progressi che il proprio lavoro produce, conseguentemente lede la motivazione e la gratificazione. La consapevolezza della propria efficacia lavorativa e della propria capacità a raggiungere gli obiettivi prefissati è determinante per il proprio benessere psicologico, poiché è in stretta relazione con la stima di sé. Ovviamente questa dimensione dipende da numerosi fattori, come la tipologia dell’utenza, gli obiettivi da raggiungere, le metodologie di lavoro consentite, fattori personali come una bassa/alta autostima oppure riferibili alle attese che il singolo si prefigge con il proprio contributo professionale, mete realistiche o irraggiungibili? Non per ultimi fattori aziendali e organizzativi, riferibili ad un clima di collaborazione e riconoscimento del lavoro individuale …

Disillusione, questa dimensione è stata inclusa per indagare l’indice di benessere psicologico del lavoratore in quanto, nel corso del tempo, si è notato che la scelta di una professione educativa o di aiuto è strettamente collegata a motivazioni personali e profonde: il bisogno di aiutare gli altri, di dare un senso alla propria vita, di sentirsi utili e molto altro ancora … queste spinte riconducono spesso ad una eccessiva idealizzazione della professione scelta e dell’immagine di sé, collegata all’esercizio della propria professione. Nel tempo le attese iniziali si ridimensionano scontrandosi con la nuda realtà, che si determina come troppo dura a impermeabile agli sforzi individuali per favorire un cambiamento, generando un profondo senso di delusione. A questo si associano le aspettative sociali della professione, le gratificazioni economiche e le possibilità di carriera. Quindi la disillusione si riferisce alla delusione tra le aspettative iniziali e l’impatto con la realtà lavorativa, sia in termini di ambiente lavorativo e sia su un piano più puramente personale e profondo, si concretizza con la perdita di passione ed entusiasmo.

Appare evidente l’interconnessione esistente tra queste quattro macro categorie e la necessità di un intervento che possa esplicarsi dall’azienda, per garantire condizioni di lavoro più favorevoli per i propri dipendenti e dal singolo verso l’ambiente di lavoro per modificarne le caratteristiche alla base del malessere e la percezione delle stesse.

Talvolta anche dei piccoli cambiamenti possono ribaltare positivamente una situazione vissuta come frustante, ma il primo, fondamentale, passaggio è rappresentato da un processo di consapevolezza che conduca ad un’analisi più approfondita e obiettiva, spesso la soluzione è invisibile al singolo ma non è mai inesistente o impossibile da attuare!


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Dott. Carlo E. Livraghi Psicologo Psicoterapeuta e Psicoterapeuta emdr
Arezzo, Lecce e Perugia

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Iscritto all'Albo Regione Puglia, sezione A 1570
Laurea In Psicologia indirizzo Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni
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